LA "POLITICA DE SEGURIDAD DEMOCRATICA", UN SALTO DI QUALITA' DELLA REPRESSIONE IN COLOMBIA
Pubblicato sul n. 14 di "Senza Censura"

A quasi due anni dall'insediamento dell'attuale
presidente colombiano, Alvaro Uribe Vélez, è possibile e doveroso
fare un bilancio, ancorché parziale dal punto di vista temporale, della
sua amministrazione.
Prima, però, è importante fare una premessa, generica ma di riferimento
irrinunciabile: Uribe, oltre a rappresentare gli interessi più diversi
(ma convergenti) dell'oligarchia colombiana, è espressione e conseguenza
della proiezione imperialista e neo-coloniale della Casa Bianca in Colombia
e in America Latina, come dimostrato dall'appoggio e dal controllo totali messi
in campo in questi due anni dagli USA, che scommettono su di lui per "risolvere"
il problema della guerriglia. Ricordiamo che Uribe è l'autore materiale
di questa nuova, e forse definitiva, fase del Plan Colombia, segnata dall'escalation
dell'intervento militare nordamericano nel paese andino sotto forma di un "nuovo"
piano-operativo militare, il "Plan Patriota". Questo si caratterizza
per il tentativo di estendere la presenza militare in aree storicamente controllate
dalle FARC-EP, nella fattispecie il sud, mediante un offensiva con 20.000 effettivi
(più o meno corrispondenti ad una divisione) nell'ex area smilitarizzata
del Caguán, con la pretesa, continuamente dichiarata ma mai materializzata,
di catturare almeno uno dei sette membri del Segretariato dello Stato Maggiore
Centrale dell'organizzazione insorgente. A dispetto della campagna massiccia
di disinformazione mediatica in corso, tesa a mostrare presunte vittorie a ripetizione
delle forze governative, guidate ed addestrate da migliaia di ufficiali e mercenari
USA, i risultati di questo operativo attualmente in corso parlano un'altra lingua:
da febbraio vi sono stati, solo nell'area meridionale precedentemente menzionata,
263 combattimenti, 326 soldati morti e 420 feriti e 7 elicotteri da guerra messi
fuori combattimento, mentre i guerriglieri caduti sono 11 e i feriti 19.
Tutto ciò s'inserisce all'interno di uno sforzo economico di guerra impressionante
da parte dello Stato e dei suoi apparati, equivalente a più del 4,5 %
del Prodotto Interno Lordo colombiano. Si tratta, evidentemente, di una vera
e propria politica, chiamata provocatoriamente "sicurezza democratica",
che ha tre punti-cardine. A livello economico, il compimento del processo -iniziato
nel '90- di privatizzazioni totali e deregolamentazione del mercato del lavoro,
all'insegna delle politiche di aggiustamento strutturale che nella fase attuale
spianano la strada all'entrata della Colombia nell'ALCA, sotto forma di un Trattato
di Libero Commercio bilaterale con gli Stati Uniti in procinto di essere siglato.
Sul piano militare, oltre a quanto detto in margine al Plan Patriota, i puntelli
sono quelli di una re-ingegneria militare di tutti i corpi delle Forze Armate,
l'innesto continuo di nuovi armamenti e tecnologia di guerra, la moltiplicazione
delle basi militari ed il riassorbimento dei gruppi paramilitari all'interno
di una rete spionistica e di sicurezza che, negli intenti del ministero della
Difesa, dovrebbe raggiungere il milione di membri. Sul piano politico, oltre
al coinvolgimento definitivo nel Plan Colombia dell'Ecuador di Gutiérrez,
che dovrebbe giocare, secondo i piani del South Com del Pentagono, il ruolo
di "incudine" contro l'insorgenza su cui batterebbe il "martello"
delle forze speciali colombiane, la "seguridad democratica" si è
articolata in funzione della costruzione di un partito uribista, grazie anche
alle misure di "ristrutturazione" istituzionale ed all'accentramento
del potere nelle mani dell'esecutivo, oggi pienamente intento a far passare
una modifica costituzionale che permetterebbe a Uribe di essere rieletto alla
fine del suo mandato.
Nel quadro complessivo delineato fin qui, e che
indubbiamente richiederebbe molti più approfondimenti che non è
possibile proporre in questo breve articolo, s'inserisce la questione, sempre
più complessa ed al contempo fondamentale, della prigionia politica quale
condizione che migliaia e migliaia di colombiani si trovano a dover affrontare.
La "seguridad democratica", di fatto, ha dato e da un impulso all'estensione
ed alla generalizzazione della categoria di "nemico interno", figlia
diretta della Dottrina della Sicurezza Nazionale che, fin dal secondo dopoguerra,
ha caratterizzato la politica USA in America Latina e non solo. Tale dottrina,
all'epoca elaborata e strutturata nei manuali d'addestramento per gli eserciti
del sub-continente e nei lineamenti politico-strategici dei governi latinoamericani,
è sempre stata contraddistinta dalla logica geo-politica dei "conflitti
di bassa intensità" tra apparati statali controllati da Washington
ed opposizioni interne. La suddetta estensione è, in definitiva, quella
di considerare come "nemico interno" non solo i movimenti guerriglieri
e rivoluzionari, ma anche quei settori dell'opposizione politica, del movimento
operaio, del movimento sindacale, contadino, studentesco e più in generale
sociale che mettevano e mettono in discussione lo stato di cose presente, nel
caso della Colombia il regime politico, l'oligarchia da esso rappresentata,
i settori militaristi ed il modello economico.
In più, possiamo affermare che la "seguridad democratica" si
spinge oltre, estendendo ulteriormente ed indiscriminatamente questa repressione,
cosiddetta "preventiva", anche nei confronti delle potenziali o reali
basi sociali dell'opposizione.
Retate di massa, in stile nazista, come quelle avvenute nel Magdalena Medio
e nel dipartimento di Arauca, in cui centinaia di persone sono state letteralmente
marchiate a fuoco, sono solo una delle dimostrazioni di come questa politica
metta in campo, senza ritegno né risparmio di forze, la strategia della
"terra bruciata". Come denunciato dal Comitato colombiano di Solidarietà
con i Prigionieri Politici, solo tra il settembre 2002 e il dicembre 2003 sono
state arrestati, a colpi di oltre 20 detenuti per volta, più di 6000
colombiani, molti dei quali incarcerati per il solo fatto di risiedere in zone
di conflitto come le Zone Teatro di Guerra, decretate l'anno scorso dal governo
e chiamate ipocritamente "zone di riabilitazione e consolidamento della
democrazia".
Da una parte, dunque, il tentativo di distruggere
alla radice il radicamento sociale dell'opposizione guerrigliera e popolare
colombiana, aldilà del fatto che spesso viene colpito anche chi non ha
vincoli diretti ed organici con essa. Dall'altra, di riflesso, l'aumento delle
contraddizioni e delle lotte nelle carceri colombiane, su cui, pur non avendo
la pretesa di essere esaustivi in questo articolo, proponiamo alcuni ragionamenti
e spunti di riflessione.
Il primo, inevitabilmente, è collegato al fenomeno, sempre più
grave e drammatico, del sovraffollamento dei penitenziari un po' in tutto il
paese, senza differenze sostanziali a seconda dell'ubicazione delle prigioni,
siano esse in aree metropolitane o rurali. Secondo dati ufficiali dell'INPEC
(Istituto Nazionale Penitenziario Colombiano) del febbraio 2004, vi sarebbero
63.523 persone incarcerate, di cui 27.146 ancora in attesa esser processate.
Tenendo conto della capienza delle carceri colombiane, che ammonta complessivamente
a 47.913 persone, il sovraffollamento totale e del 32,58 %, con casi limite
del 180 % come quello di Medellin, in cui vi sono 4.966 detenuti in un carcere
con possibilità di contenerne 1800, o quello di Villahermosa, con 5000
detenuti a fronte di una capienza di 2000.
Una seconda dinamica, che si sta affermando nell'ambito del Plan Colombia, è
quella bicefala denunciata a più riprese: da un lato, il passaggio del
controllo, dei regolamenti interni e dell'organizzazione spaziale, tecnologica
e di annientamento dei prigionieri politici e di guerra nelle mani degli Stati
Uniti del Nordamerica, come nel caso del Carcere di Massima Sicurezza di Valledupar.
Dall'altro, cosa collegata a quanto abbiamo appena detto, le privatizzazioni
delle prigioni con tutto quello che ne consegue. E' evidente che, nella misura
in cui la fascistizzazione del regime ad opera dell'uribismo si va affermando,
la necessità di innalzare gli strumenti di annientamento dei prigionieri
politici si fa ogni giorno più impellente.
Infine, però, è imprescindibile
sottolineare quel insieme di risposte, da parte non solo dei prigionieri di
guerra e di quelli politici ma anche del movimento popolare colombiano, che
si moltiplicano giorno dopo giorno.
In diverse carceri del paese, il Ministero degli Interni (accorpato da Uribe
a quello della Difesa) non solo non è riuscito a mantenere l'isolamento
come modus operandi di annichilimento dei prigionieri, ma non è stato
in grado nemmeno di imporre il controllo militare-spaziale all'interno dei perimetri.
Caso emblematico è quello del carcere Modelo di Bogotá, in cui
un intero braccio (circa la metà del totale) è controllato militarmente
dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, FARC-EP, ivi organizzate con
oltre 200 combattenti come un vero e proprio Fronte guerrigliero, che conduce
attività economico-lavorative, formazione quadri e politica, addestramento
militare e lavoro di massa; sintomatico è il fatto che, grazie ai rapporti
di forza imposti dalle FARC nella Modelo, le guardie, i paramilitari e l'esercito
non siano in grado di entrare in questo braccio.
In molti altri penitenziari del paese, tanto maschili
quanto femminili, vi sono lotte e scontri militari molto frequenti, così
come tentativi di fuga (a volte riusciti a volte no) supportati da operativi
guerriglieri dall'esterno.
Anche i prigionieri politici non facenti parte delle organizzazioni guerrigliere
si stanno organizzando a partire da quelle che sono le condizioni concrete di
detenzione in cui sono obbligati a vivere, e, oltre a una miriade di lotte prigione
per prigione, hanno recentemente fatto un importante salto di qualità,
lanciando la Campagna nazionale ed internazionale contro gli arresti arbitrari
e di massa "P'lante Colombia", al fine di strutturare la lotta sul
piano interno, nelle carceri come al di fuori di esse, e sul piano internazionale,
con azioni ed iniziative concrete che mobilitino l'opinione pubblica, i giuristi
e possibili delegazioni che vadano a visitare i prigionieri politici per rompere
la cortina fumogena di silenzio che i media di regime cercano di intensificare.
In conclusione, se per il regime uribista la situazione nelle carceri rappresenta
lo sbocco repressivo sul breve periodo, è indubbio che, a mo' di boomerang,
a medio termine essa costituisca un vulcano con evidenti prospettive di eruzione.
Anche in questo senso, è più attuale che mai la parola d'ordine
della Campagna "P'lante Colombia", e cioè che "se il carcere
è legge, la resistenza sociale è giustizia!"
Associazione nazionale Nuova Colombia